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e lode ad Allah, Signore dei mondi 1 . 2 Secondo i commentatori questa triplice invocazione si riferisce a tre distinte categorie di Angeli: quelli che pregano in ranghi, quelli che respingono gli assalti, quelli che recitano instancabilmente. 3 «il Signore degli Orienti»: a seconda della stagione il sole si leva ogni giorno da un punto diverso, in questo senso viene interpretato il plurale «Orienti». 4 «eccetto colui…»: trad. lett.; si ricollega al «non potranno origliare» del vers. 5 La tradizione fornisce questa spiegazione spirituale del fenomeno delle stelle cadenti. «Una notte, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) fece osservare una stella cadente ai suoi compagni e chiese loro: “Che cosa dicevate di una stella del genere, all’epoca dell’ignoranza, prima dell’Islam?”. Risposero: “Dicevamo che era il presagio della morte o della nascita di una grande personalità”. “Né l’uno, né l’altro, – disse il Profeta – ecco la spiegazione. Quando Allah (gloria a Lui l’Altissimo) prende una decisione, gli angeli che sostengono il Suo Trono si mettono a rendere gloria al Creatore. Sentendo ciò, gli angeli dei cieli inferiori, fanno la stessa cosa finché l’eco non arriva a questo cielo. In ogni cielo gli angeli si informano a proposito di quello che Allah ha deciso, finché la notizia non giunge al cielo più basso, il nostro. I diavoli cercano di origliare ma sono lapidati dagli angeli che li bersagliano e allora vedete le stelle che li inseguono.”» Può accadere che il diavolo sia colpito immediatamente o che riesca a carpire qualcosa. In tal caso esso si dirige verso uno dei suoi alleati sulla terra e gli rivela quello che ha potuto ascoltare. L’imàn An-Nawawì nel suo II Giardino dei Devoti (cit.) riferisce che Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) trasmise una versione dell’hadith nella quale abbiamo una maggior precisione a proposito degli indovini: «Gli angeli scendono sulle nubi e menzionano l’ordine che è stato decretato in cielo: Satana si mette a origliare, lo ascolta e lo insinua agli indovini e questi ci inventano in mezzo cento menzogne che vengono da loro stessi». 6 Allah (gloria a Lui l’Altissimo) formula la domanda che il Suo Inviato (pace e benedizioni su di lui) deve rivolgere ai miscredenti e tende a dimostrare che tutte le Sue creature, siano essi angeli, uomini o jinn, sono subordinate a Lui, a prescindere dalla materia che Lui (l’Altissimo) ha usato per dar loro forma e sostanza. 7 «il Giorno della Separazione»: «yawmu al-fasl», la separazione, quella definitiva, tra il male e il bene e tra i loro adepti. 8 «Riunite gli ingiusti»: il comando è rivolto agli angeli. 9 «e le loro spose»: sottointendendo: «che sono state ingiuste insieme a loro». 10 Come dire: «Voi che adoravate idoli di ogni genere, ritenendoli intercessori presso Allah, date prova della veridicità della loro funzione se potete». 11 Allah (gloria a Lui l’Altissimo) ci mostra la scena penosa dei miscredenti che cercano di addossarsi vicendevolmente la colpa del loro comportamento e, come in altri passi del Corano, i traviati accusano i traviatori. 12 La destra rappresenta nella cultura e nella lingua araba (e non solo in essa), il lato della ragione, del bene, e sta a significare che spesso per traviare gli uomini vengono usati argomenti apparentemente ineccepibili. 13 Nell’intimo delle sue intenzioni nessuno può essere costretto ad alcunché, pertanto è sempre piena e pregnante la responsabilità di ogni uomo. Allah ci giudicherà per le intenzioni che hanno informato le nostre azioni e quindi non avremo alcun premio per un bene che sarà risultato da circostanze a noi estranee e di cui saremo stati inconsapevoli protagonisti, come non saremo castigati per un male o un’omissione che non è dipesa dalle nostre intenzioni. Disse l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui): «Tutte le azioni sono valutate solo per la “niyya” (l’intenzione). Ognuno non avrà che il valore della niyya delle sue opere». In definitiva non sarà per la realtà contingente dei fatti compiuti che saremo giudicati, questi possono essere molto diversi dalle nostre intenzioni, essi appartengono all’Altissimo (gloria a Lui) e seguono un disegno imperscrutabile, le intenzioni invece ci appartengono e di esse siamo assolutamente responsabili. Tutto ciò non deve assolutamente essere inteso come una diminuzione di responsabilità da parte dell’uomo anzi, l’attenzione costante e puntuale all’intenzione (la «niyya») si traduce, nel credente, in un atteggiamento di lucida presenza a se stesso, teso alla realizzazione del bene e alla prevenzione del male, scevro da ogni fatalismo, pigrizia e indifferenza. 14 «e ne avremo esperienza»: lett. «e gusteremo [il castigo]». 15 «saranno accomunati»: i corrotti e i corruttori. 16 [che lo hanno preceduto]: Tabarì XXIII, 17 «eccetto»: con il valore di «invece», «diversamente sarà per». 18 Alcune traduzioni influenzate dall’esegesi classica (XXIII, hanno parlato di «vino». Il termine «ma‘ìn» si riferisce esattamente ad un liquido (che nel versetto è sottinteso) e che proviene idealmente da una fonte, cioè vivo, fresco e puro. 19 Si tratta delle «hùr», le vergini del Paradiso, creature sulla cui natura tradizionalisti e mistici hanno espresso pareri diversi (vedi anche nota a n, 5). Il paragone con le uova, secondo gli esegeti, indica la bianchezza della loro pelle (simile alle uova di struzzo), e la loro riservatezza (nascoste sotto la sabbia). 20 «interrogandosi»: a proposito del loro passato. 21 Quello che parla è sempre il credente del vers. e si rivolge qui ai suoi compagni di beatitudine invitandoli a guardare al di là della barriera che divide l’Inferno dal Paradiso. 22 Questo versetto e il precedente, ci riferiscono della felicità del credente che si rende conto di aver già sopportato (e superato) la prova a cui il suo Signore (gloria a Lui l’Altissimo) l’ha sottoposto e di non dover subire più nient’altro, mai. 23 «albero di Zaqqùm»: un albero infernale, dai frutti amari e ripugnanti, idealmente contrapposto agli alberi dai frutti benedetti del Paradiso. 24 I miscredenti polemizzarono con l’Inviato di Allah a proposito di quest’albero, argomentando che un albero non può crescere nel fuoco (vedi nota a xvii, 60). 25 In realtà non sappiamo com’è il frutto dell’albero di Zaqqum e neppure come sono le teste dei diavoli. Il paragone che il Corano fa tra queste due realtà infernali è un segno della loro comune estrema negatività. Secondo una tradizione, i dannati avendo fame e sete mangeranno i frutti dell’albero infernale e berranno un liquido fetido, aggiungendo così tormento al tormento. 26 Vedi sopra nota al vers. 27 II Corano ritorna sulla storia di Abramo e ricorda l’espediente di cui si servì per essere lasciato solo e distruggere gli idoli che la sua gente adorava (vedi anche xxi, e le note). 28 «Non mangiate dunque?»: le offerte sacrificali che i pagani ponevano ai piedi degli idoli. 29 Dopo che Allah (gloria a Lui l’Altissimo) lo salvò dal fuoco, Abramo, rendendosi conto dell’irrimediabile miscredenza dei suoi concittadini, emigrò dalla sua terra d’origine, nell’attuale Iraq, verso la Palestina. Per questo è considerato il primo emigrante (muhajir) per la causa di Allah. 30 «mi sono visto in sogno»: Abramo parla di sogno; questa infatti è una delle maniere con cui Allah (gloria a Lui l’Altissimo), comunica con i Suoi profeti. 31 È il momento tragico della prova più grande cui Allah (gloria a Lui l’Altissimo) sottopose Abramo. Il suo primogenito Ismaele, dono annunciato da Allah (vedi vers. sta per essere sacrificato. Anche Ismaele (pace su di lui) è perfettamente conscio che quello che sta avvenendo è volontà imperscrutabile dell’Altissimo (gloria a Lui) ed è serenamente rassegnato alla Sua volontà. 32 La sola intenzione di Abramo di obbedire a quello che Allah (gloria a Lui l’Altissimo) gli aveva imposto inviandogli il sogno dell’immolazione di Ismaele, fu sufficiente a conquistargli il favore di Allah. 33 Allah (gloria a Lui l’Altissimo) ferma la mano di Abramo e sostituisce ad Ismaele un montone di grande valore. Abramo e suo figlio hanno superato la prova cui Allah ha voluto sottoporli. In ricordo di ciò, i musulmani celebrano la «ìd al-adha», la festa del sacrificio, il decimo giorno del mese del pellegrinaggio. In questa occasione ogni famiglia che ne abbia i mezzi sacrifica un montone. 34 «Baal»: questo nome significa «signore» ed era attribuito ad una delle più antiche divinità adorata dai popoli semiti. Era rappresentato con corna di toro o di ariete e gli venivano edificati templi posti sulle alture. 35 Vedi sopra nota al vers. 36 Nel senso di: «calpestate le rovine insabbiate delle loro città». 37 Vedi nota al titolo della Sura di Giona (x). 38 I miscredenti affermavano che gli angeli erano «figlie di dio» (vedi nota a XVI, 57). 39 Insieme e come tutte le altre creature al Giudizio finale. 40 Sono gli angeli a parlare e con il loro dire (verss. 164-confermano la loro natura di creature e adoratori di Allah (gloria a Lui l’Altissimo). 41 Allah (gloria a Lui l’Altissimo) rivolge questo invito al Suo Inviato (pace e benedizioni su di lui). 42 «presto vedranno…»: il tormento che Allah ha preparato per loro. 43 I verss. 180-che concludono la sura hanno grande importanza nella vita comunitaria dei musulmani, sono recitati al termine di ogni loro riunione e concludono talvolta le invocazioni pronunciate al termine del sermone del venerdì. Suonano così: «Subhàna rabbika rabbi al-‘izzati ‘ammâ yaşifûn wa salàmun ‘alâ-l-mursalîn wa-l-hamdu liLlai rab- bi-l-‘âlamîn». 44 Nell’anno poco tempo dopo la conversione all’IsIàm di ‘Umar (vedi sura xx, nota 1), i Quraysh tentarono di convincere l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) ad un compromesso tra il loro culto tradizionale e quello che veniva da lui predicato e che si stava rapidamente diffondendo. Si trattava più che altro di un patto di non aggressione: i musulmani si dovevano impegnare a non disprezzare pubblicamente le divinità degli arabi politeisti e ottenevano in cambio il diritto di esercitare il loro culto e la cessazione delle persecuzioni di cui erano stati fatti oggetto. Abû Tâlib, capo del clan dei Bani Hâshim, zio e protettore del Profeta, cercò di mediare tra i due schieramenti, senza rinnegare il suo politeismo, ma rivendicando al nipote e ai suoi il diritto di professare liberamente la loro religione. L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu inflessibile, non c’erano compromessi possibili sul «tawhìd» (l’unicità di Dio) e ciò doveva essere riconosciuto da tutti quanti. Non ci fu nessun accordo e i capi dei clan Quraysh se ne andarono irritati dal fallimento del loro progetto e meravigliati da tanto ardire. A questo episodio si riferiscono i verss. 4-8.
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