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Se poi volgono le spalle, di’: «Mi basta Allah. Non c’è altro dio all’infuori di Lui. A Lui mi affido. Egli è il Signore del Trono immenso». 1 Questa sura, penultima ad essere rivelata, ha due nomi che derivano dai versetti (Il disconoscimento) e (Il pentimento). Sua particolarità il fatto che, unico caso in tutto il Corano, non inizia con la başmala (In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso). A proposito di questa eccezione sono state avanzate molte ipotesi. Una delle più note l’attribuisce ad un fatto tecnico intervenuto durante la trascrizione del Corano avvenuta durante il Califfato di Abù Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui). I Compagni del Profeta (pace e benedizioni su di lui) che furono incaricati dell’operazione, non erano certi che si trattasse di una nuova sura e nello stesso tempo non sembrò loro possibile che questi versetti facessero parte di quella precedente. Optarono per la separazione ma, per testimoniare la loro perplessità, non la fecero iniziare con la başmala. Nonostante questa spiegazione sia accreditata da numerosi esegeti, ci sembra poco rispettosa della realtà coranica e del fatto che la garanzia di preservazione che Allah (gloria a Lui l’Altissimo) conferisce al Suo Libro non riguarda solo il suo contenuto ma anche la sua forma. Ci pare pertanto più corretto ritenere che la mancanza della başmala sia relativa alla considerazione generale del contenuto della sura che denuncia inequivocabilmente ogni accordo di non aggressione stipulato con i pagani, vieta loro il pellegrinaggio alla Mecca, la frequentazione del Sacro Tempio e interdice la preghiera sulle loro spoglie mortali. 2 Abbiamo ritenuto questo significato di «bara‘a» in base ad alcune autorevoli interpretazioni esegetiche. Altri, altrettanto autorevoli commentatori (e traduttori) hanno optato per il significato di «Immunità» nel senso che nonostante che il patto fosse denunciato da Allah e dal Suo Inviato i politeisti con i quali era stato stipulato avrebbero goduto di un ulteriore periodo di tregua. 3 «Per quattro mesi»: secondo alcuni commentatori si tratterebbe di un vero e proprio ultimatum intimato da Allah (gloria a Lui l’Altissimo) ai pagani. Il periodo sarebbe iniziato il di Dhul’-Hijjia del IX anno dall’Egira per terminare il di Rabi’a II Dopo di ciò, se non avessero abbracciato l’IsIàm, sarebbe stata guerra. 4 «nel giorno del Pellegrinaggio»: secondo alcuni si tratta del x giorno di Dhul’-Hijja in cui si compie il sacrificio a Mina, altri invece, basandosi su di un hadith dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) affermano che si tratti piuttosto del giorno in cui i pellegrini stazionano ad ‘Arafà. Il Profeta infatti disse: «L’Hajj è ‘Arafâ». A proposito dell’Hajj e dei suoi riti vedi Appendice 5 I Quraysh e loro alleati con i quali era stato stipulato il patto di Hudaybiyya (vedi nota al successivo vers. 7). 6 Con questo versetto viene definitivamente interdetta la pacifica convivenza con i politeisti. 7 «eseguono l’orazione e pagano la decima»: vedi Appendici e 8 La dissociazione dai politeisti, sancita dal precedente vers. non presuppone comunque e in ogni caso una lotta spietata e senza quartiere. A ciascun politeista che ne faccia richiesta deve essere concesso di godere del diritto di asilo, di informarsi sulla parola di Allah e di andarsene indisturbato. 9 II versetto si riferisce al patto di Hudaybiyya, stipulato dall’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) nel vi anno dall’Egira. Egli era partito accompagnato da alcune centinaia di musulmani per compiere una ‘Umra (il piccolo pellegrinaggio), ma fu fermato da uno squadrone di cavalleria agli ordini di Khàlid Ibn Walìd. I musulmani erano praticamente disarmati e di fronte al rischio di un grande spargimento di sangue, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) accettò di fermarsi e stipulare un accordo con i Quraysh. In base a questa convenzione egli accettava di tornare indietro senza compiere la ‘Umra e di restituire i musulmani che dalla Mecca fossero fuggiti a Medina senza il consenso del loro clan. In cambio i politeisti si impegnavano a lasciarli andare in pace e permettere loro di effettuare la ‘Umra nell’anno successivo, uscendo dalla Mecca e lasciando la città per tre giorni ai musulmani. Entrambe le parti inoltre stabilirono una tregua di dieci anni. La tregua fu poi violata dai meccani, e ciò liberò il Profeta (pace e benedizioni su di lui) da qualsiasi obbligo nei loro confronti. La Mecca fu investita dalle truppe musulmane nell’ottavo anno dall’Egira, e i suoi abitanti si arresero senza combattere. 10 La lotta per Causa di Allah è la massima prova della fede dell’uomo. Non è certo Allah che ha bisogno di questa prova poiché, gloria a Lui l’Altissimo, Egli conosce meglio di chiunque quello che c’è nel cuore delle creature; ne ha bisogno invece l’uomo per misurare se stesso e ne ha bisogno la società per valutare gli uomini, per identificare gli esempi migliori del comportamento. 11 Altri duri colpi alle consuetudini tribali preislamiche. La cura della Moschea della Mecca viene sottratta ai politeisti (vers. e attribuita esclusivamente ai musulmani (vers. 18), ristabilendo la purezza del culto iniziato da Abramo (pace su di lui). Il servizio del Tempio e il privilegio di dissetare i pellegrini (vers. diventano puro formalismo di fronte alla vera fede testimoniata nella lotta per la causa di Allah. 12 «nel giorno di Hunayn»: Hunayn è una valle situata tra La Mecca e Tà’if in cui ebbe luogo una famosa battaglia neH’vın anno dall’Egira. Avvenne dopo la conquista della Mecca e fu un tentativo dei pagani di rovesciare la situazione che volgeva a favore dei credenti. Questi ultimi erano tra i dieci e i sedicimila uomini (a seconda delle diverse tradizioni) ed erano molto sicuri di loro; questa sicurezza li ingannò (Allah li ingannò e impartì loro una lezione di modestia) e l’armata dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) rischiò di subire l’accorta strategia del nemico e di essere travolta. Le sorti della battaglia furono decise dallo stesso Muhammad (pace e benedizioni su di lui) che riuscì ad arrestare la rotta dei suoi richiamandoli a sé. I credenti ritrovarono il coraggio e ritornarono alla lotta ottenendo una sofferta vittoria, «là hawala wa la quwwata illâ biLlàh» (non c’è forza né potenza se non in Allah). 13 «la Sua presenza di pace»: (in arabo «sakina») è presenza di Allah e, di conseguenza, della tranquillità d’animo, della serenità di spirito, anche oblio mistico. Vedi anche ii, e xlviii, 18, 14 II versetto, di grande importanza legale, è il fondamento del divieto ai non musulmani di recarsi alla Mecca. Nell’anno successivo alla presa della Mecca, il Profeta emanò un decreto in base al quale la Ka‘ba veniva interdetta ai culti idolatrici. Il timore di un contraccolpo sui commerci doveva preoccupare non poco i meccani e Allah (gloria a Lui l’Altissimo) rassicura i credenti. 15 «il tributo» (jizya): è il tributo di capitolazione con il quale giudei e cristiani riconoscevano lo Stato islamico. Il pagamento della «jizya» conferiva loro lo status di «dhim- mìy» (protetti) e con il quale ottenevano il diritto di vivere in pace e in sicurezza nello Stato islamico. Non si tratta certo di una forma di discriminazione, infatti, essi erano esentati dalla decima, che per le sud caratteristiche è riservata ai credenti, e dal servizio militare. Se lo assolvevano non pagavano il tributo in quel periodo. Ai tempi del Profeta, l’ammontare della «gizya» annua era pari a dieci dirham (circa grammi d’argento) per ogni uomo adulto (donne, bambini, schiavi e poveri erano comunque esenti) e corrispondeva a dieci giorni di mantenimento alimentare. 16 «Esdra»: nel testo del Corano Uzayr, che dormì per cento anni e poi ripristinò la Bibbia i cui esemplari erano stati distrutti da Nabucodonosor. 17 In base ad una certa interpretazione, sembrerebbe che venga rivolta anche a cristiani ed ebrei l’accusa di «shirk» (associazionismo, politeismo), ma, secondo una spiegazione risalente all’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), in questo caso viene negata alle autorità religiose della Gente della Scrittura la possibilità di promulgare e modificare le leggi. 18 «Quattro di loro sono sacri»: vedi nota a ii, 19 Versetto fondamentale per quanto riguarda la definizione islamica della scansione del tempo. È noto che il calendario lunare conta giorni, 11 in meno di quello solare (quando l’anno viene considerato bisestile). Per questo motivo, gli astronomi del tempo della «jahiliyya» (dell’ignoranza, precedente alla rivelazione coranica), aggiungevano il «nasî’» (mese intercalare) ogni tre anni, ristabilendo la corrispondenza tra computo solare e lunare. A parte le preoccupazioni di ordine astronomico, ci si serviva del «nasî’» inserendolo tra i mesi sacri e facendo sì che fosse da pretesto ai razziatori per giustificare i loro attacchi ai pellegrini. Come si ricorderà erano considerati sacri Dhul’ qa’ dah, il successivo mese del Pellegrinaggio, Dhul’-Hijjia, quello ancora seguente Mu- harram e infine Rajab. Inserendo il mese intercalare dopo quello del Pellegrinaggio si veniva a creare una situazione di grave pericolo per i pellegrini che i razziatori colpivano sostenendo di essere nella «legalità». Altro aspetto particolare di questa riforma del calendario, la rotazione del mese del digiuno, Ramadan, che ogni anno anticipa di 11-giorni e che in anni circa fa tutto il giro del calendario solare. Allah, gloria a Lui l’Altissimo, volendo e programmando l’universalità della Legge coranica ha eliminato, con la Sua Scienza, qualsiasi possibilità di disparità di trattamento tra i musulmani dimoranti in diverse parti del mondo. Se, infatti, il mese del digiuno seguisse il calendario solare, alcuni credenti lo assolverebbero durante periodi di grande calore e di giornate molto lunghe e altri nel fresco, con poche ore di luce e, di conseguenza, con meno impegno e merito. 20 Già nel precedente vers. Allah (gloria a Lui l’Altissimo) mette in guardia i credenti a proposito della corretta scala di valori del musulmano. Affetti familiari, rapporti sociali, interessi materiali e professionali, costituiscono il quadro di riferimento di ogni individuo ed è pacifico che l’uomo rivolga ad essi la sua attenzione. Ma ben al di sopra di essi, devono operare l’amore per il Creatore, per il Suo Messaggero e la conseguente disponibilità alla massima testimonianza di tale amore: la lotta per la Causa di Allah. In questo versetto il concetto viene ribadito ed è stigmatizzato il comportamento di coloro che esitano, immobili e attoniti, di fronte alla chiamata del jihâd. Nella grande efficacia dello stile coranico (tanto indegnamente reso in traduzione), l’esitazione di questi uomini si dipinge ai nostri occhi e ci sembra di poter leggere i loro pensieri (che purtroppo sono spesso anche i nostri). La debolezza della fede è come una grave miopia che affligge lo spirito dell’uomo: egli vede i vantaggi dell’immediato, per quanto infimi e caduchi e non riesce a scorgere la grandezza dell’eternità. Confuso e smarrito di fronte alla prospettiva di rischiare la sua vita terrena, rischia di perdere definitivamente il bene perfetto e duraturo dell’Altra vita. Per quanto riguarda le condizioni della rivelazione di questo e dei versetti che seguono fino al vers. essi si riferiscono alla campagna che l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) iniziò per fronteggiare un supposto attacco da parte dei Bizantini. La preparazione della spedizione si scontrò con molte difficoltà sia di ordine personale che finanziario ed è nota come «la leva difficoltosa». Volgeva la fine dell’estate, a Medina faceva un gran caldo e la città era ridotta allo stremo a causa di una carestia. La gente attendeva con impazienza la raccolta dei datteri e la tensione psicologica che aveva sostenuto i credenti fino alla conquista della Mecca era notevolmente calata. Ci furono molte proteste più o meno palesi e solo la rivelazione del successivo vers. ne ebbe ragione. Molti chiesero di essere esentati dal partecipare e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) diede loro il permesso di restare. Quando infine la spedizione partì (anche grazie al futuro califfo Uthman Ibn Affan che fornì i mezzi finanziari per armare alcune migliaia di combattenti), calura e tribolazioni accompagnarono i credenti fino alla fonte di Tabùk dove l’armata si attestò per poi ripiegare quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si convinse che l’esercito imperiale non aveva nessuna intenzione di attaccare l’Arabia e Medina. 21 II Corano si riferisce ad un episodio cruciale nella vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e della comunità islamica. Osteggiato e minacciato dai meccani politeisti, l’Inviato di Allah uscì da casa sul far dell’alba, lasciando nel suo letto il cugino Ali, che si era prestato ad ingannare quelli che stavano spiando la sua casa. Si incontrò con Abù Bakr, suo fedele amico, e partì alla volta di Medina dove già avevano trovato rifugio altri musulmani che non godevano, a differenza di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), di alcuna protezione tribale. Era l’Egira. Per sfuggire alle pressanti ricerche dei loro nemici si rifugiarono in una grotta e, in quel frangente, il Profeta rassicurò il suo compagno preso da tristezza e scoramento per la sorte dell’Inviato di Allah, rammentandogli la presenza dell’Altissimo (sakina, vedi sopra nota al vers. 26). Già nel tempo che precedette l’Egira, Abù Bakr era il musulmano più intimamente legato al Profeta (pace e benedizioni su di lui) tanto che questi ebbe a dire: «In verità Allah mi ha preso come Suo intimo amico come già aveva preso İbrahim come Suo intimo amico. Se avessi preso qualcuno in questo vostro mondo come intimo amico, per certo avrei preso Abù Bakr». Questa eccellenza di Abù Bakr sugli altri Compagni è provata dal fatto che Allah lo chiama: «il suo [di Muhammad] compagno». Il Corano non attribuisce a nessun altro musulmano un simile onore. 22 «Leggeri o pesanti»: una prima interpretazione afferma che questa espressione significa: «quali che siano le vostre condizioni di età e di prestanza fisica». Un’altra si riferisce più particolarmente all’armamento di cui erano dotati i combattenti. Probabilmente sono vere entrambe e ne suggerirei una terza relativa al livello di determinazione e di comprensione profonda che ogni credente ha del compito che Allah gli ha riservato. 23 Secondo alcuni commentatori il versetto allude ad un certo Jadd ibn Qays, noto ipocrita medinese che chiese con impudente insolenza di non partire per non essere tentato, dopo la vittoria, dalla bellezza delle donne bizantine. 24 «le due cose migliori»: la vittoria o il martirio. Il ragionamento potrà sembrare iperbolico, eppure questa è la tranquilla coscienza con la quale il credente si pone di fronte alla lotta per la causa di Allah. Vittoria, onore e bottino oppure la suprema testimonianza della fede, il martirio, che cancella tutte le colpe e spiana la strada verso il più alto livello del Paradiso. 25 II godimento dei beni terreni, per quanto effimeri essi siano, può dare momenti di reale e armoniosa soddisfazione solo se vissuto nel timore di Allah e delle Sue leggi. La più grande fortuna economica, la posizione sociale più elevata, la famiglia stessa, possono essere fonti di tormenti indicibili e di dannazione per tutti coloro che non tendono a stabilire un corretto rapporto con il loro Creatore e ignorano o disobbediscono ai Suoi precetti. 26 «elemosine»: anche se il termine utilizzato è «sadaqàt», che significa elemosina, si intendono piuttosto le entrate pubbliche. Vedi vers. e nota relativa. 27 Questo versetto definisce esattamente le otto categorie di spesa dello Stato islamico. Secondo ‘Umar Ibn Khattâb e Ibn ‘Abbas (che Allah sia soddisfatto di entrambi) i bisognosi sono musulmani, mentre i poveri sono i cittadini non musulmani. «Quelli incaricati…» non si riferisce particolarmente agli esattori, ma agli stipendi dei dipendenti dello Stato islamico. «Quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori», possono essere diverse categorie di persone: i neo-convertiti ai quali è bene dare un segno tangibile della solidarietà all’interno dell’Umma islamica, i non musulmani che possono essere utili alla causa islamica per la loro posizione politico-sociale o professionale, le cosiddette «spese segrete» effettuate per ottenere qualcosa di non immediatamente divulgabile, le attività, di «da‘wa» (appello all’Islâm) rivolte a non musulmani, ecc. Un’altra categoria è quella degli schiavi; l’IsIàm tende alla loro progressiva liberazione e all’eliminazione di questa triste condizione. Nella fase storico-sociale della società pre-islamica che riceveva la Rivelazione, sarebbe stato oltremodo traumatica una liberazione hic et nunc di tutti gli schiavi. La schiavitù viene pertanto permessa, corretta e umanizzata, all’interno di un quadro generale tendente alla sua completa eliminazione. Compito dello Stato islamico è quindi quello di destinare una parte del gettito fiscale al riscatto degli schiavi. Anche coloro che pur non essendo bisognosi si trovano in particolari condizioni di necessità a causa di debiti lecitamente contratti, hanno diritto all’aiuto della Comunità (anche sotto forma di prestiti). Infine vengono le spese militari destinate al consolidamento e alla difesa dello Stato e alla lotta alla miscredenza e quelle a favore del «viandante» (lett. al «figlio della strada») potrebbero essere intese come il principio ispiratore di una  pubblica assistenza da intendersi non soltanto a livello interno, ma coinvolgendo in questa categoria i diseredati e i bisognosi di tutta la terra. 28 «E tutto orecchi»: il Corano riferisce uno dei tanti scherni che dovette subire il nostro Profeta (pace e benedizioni su di lui). Con questa espressione, forse i suoi nemici volevano dileggiare la sua funzione di recepire il wahy (la rivelazione) e riferirla agli uomini. Il Libro ribadisce questa funzione suggerendo la risposta da dare. 29 «chiudono le loro mani»: nel linguaggio coranico, questa espressione sottintende l’avarizia. 30 «le città devastate»: probabilmente l’accenno è a Sodoma e Gomorra, che Allah (gloria a Lui l’Altissimo) distrusse per punire gli abitanti dei loro gravissimi peccati. 31 «il compiacimento di Allah vale ancora di più…»: questo versetto è molto importante per intuire correttamente la realtà paradisiaca. Di là dalla descrizione di piaceri analoghi a quelli sensibili, viene ribadito il valore più grande per coloro che saranno introdotti nel Giardino: il compiacimento del loro Signore Allah, valore supremo per il credente. Vedi nota a II, 32 Secondo l’esegesi classica, il versetto si riferisce alla recrudescenza dell’ipocrisia successiva all’istituzione della zakât (l’imposta coranica, la decima, vedi Appendice 3); gli arabi non avevano mai vissuto in un loro Stato organizzato e non erano mai stati assoggettati ad imposte. La mentalità araba si ribellava al solo concetto dell’esazione fiscale al punto che tutti i termini che in qualche modo la designavano, sottintendevano concetti come estorsione (jibâya), colpo di spada (darîba), espulsione forzata (kharâj). La zakât, che presupponeva un’obbligatorietà del tutto antitetica alla fierezza esasperata delle tribù e all’avarizia degli individui venne considerata come «il peggior castigo sulla terra». Essa mutua il suo significato da un radicale che significa «accrescimento» ma che assunse quello di «purificazione» dei beni materiali (vedi vers. 103). 33 «Allah… li ha arricchiti della Sua grazia»: pare che il passaggio alluda ai medinesi che, grazie alle conquiste ottenute al seguito dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), avevano notevolmente migliorato il loro tenore di vita. 34 A proposito di questo versetto e per ribadire l’immensa capacità di perdono che contraddistingue la misericordia di Allah (gloria a Lui l’Altissimo), Tabarì (x, 199-riferisce che l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), pregò sulla tomba del capo degli ipocriti di Medina, quell’Abdallah Ibn Ubay che gli aveva procurato non pochi fastidi e non aveva mai perso un’occasione per complottare contro il Profeta e contro i musulmani, seminando zizzania e insolentendo. Egli assolse a questo pio compito su richiesta del figlio, un buon credente preoccupato per la sorte spirituale del padre. Di fronte alle rimostranze di ‘Umar ibn ul Khattàb, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), recitò questo versetto aggiungendo che avrebbe chiesto perdono per il defunto settanta volte e poi altre settanta affinché Allah lo salvasse dalla pena eterna. Vedi nota al precedente vers. 35 «coloro che non dispongono di mezzi»: per armarsi e provvedere alla famiglia durante la loro assenza. 36 II versetto ci racconta fatti relativi alla «leva difficoltosa» (vedi nota al vers. 38), come ci furono quelli che vi si sottrassero accampando pretesti, ci furono anche quelli che non poterono partire perché sprovvisti di cavalcature e nell’impossibilità di procurarsele. 37 «di lasciarli stare»: nel senso di non punirli. 38 I beduini sono gli arabi nomadi, che si contrapponevano storicamente ai sedentari. Vivevano di pastorizia e di razzie e, fatte le debite eccezioni, furono per molto tempo temibili nemici dei credenti o infidi alleati. Mossi solo dal loro tornaconto e guidati da un’ astuzia opportunista, si convertirono solo quando fu evidente che non avrebbero potuto fare altrimenti. 39 Vedi nota al vers. 40 «gli Emigrati e gli Ausiliari»: i meccani musulmani che si trasferirono a Medina e i medinesi credenti, che li accolsero. 41 «Due volte li castigheremo»: due castighi prima di quello finale, forse uno è quello nella vita terrena e l’altro è il supplizio della tomba quando il defunto viene interrogato dagli angeli su quelle che sono state la sua fede e la sua vita. 42 Durante l’assenza del Profeta (pace e benedizioni su di lui), un gruppo di ipocriti costruì una moschea su istigazione di un certo Abû ‘Amir che qualche tradizione riporta con il significativo appellativo di al-Fasiq (il corrotto) e che fonti affermano fosse un ex monaco cristiano (ar-Ràhib: il monaco). Informato del fatto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la fece incendiare. 43 «La moschea fondata… sin dal primo giorno»: forse la moschea di Qubàa, nella periferia meridionale di Medina che fu costruita dove si fermò Muhammad (pace e benedizioni su di lui), durante l’Egira, oppure la stessa moschea del Profeta a Medina. 44 È bene chiarire il senso del verbo comprare in questo brano coranico. Allah (gloria a Lui l’Altissimo) è certamente padrone di tutto il creato, pertanto non ha bisogno di acquistare quello che già Gli appartiene. Non è quindi nel senso letterale della transazione che deve essere inteso quel «ha comprato». Se è vero, come si afferma che ogni uomo ha un prezzo, ebbene, il prezzo del credente lo può pagare solo Allah (gloria a Lui l’Altissimo). 45 Pentimento, adorazione, ricordo di Allah, digiuno (in questo senso va inteso «peregrinano»), preghiera rituale, attenzione alla dirittura morale della società, obbedienza: queste le caratteristiche di coloro che aspirano al compiacimento del loro Signore e che sono indicati nel versetto precedente. È quindi evidente che il combattimento non è condizione sufficiente alla salvezza dell’anima, e che lo sforzo per la causa di Allah (jihàd), quando è correttamente assolto, è uno stadio di realizzazione spirituale altissimo che non può prescindere da una tensione verso una fede pienamente vissuta, un’assoluta puntualità nel culto, un comportamento ineccepibile, un continuo ricordo di Allah. 46 «la Fornace»: uno dei nomi dell’Inferno. 47 A proposito della promessa di Abramo vedi XIX, e lx, 48 «Emigrati e Ausiliari»: vedi nota al precedente vers. 49 «nel momento della difficoltà»: durante la spedizione a Tabùk, vedi vers. 50 «i tre che erano rimasti a casa»: tra coloro che non presero parte alla spedizione di Tabùk, c’erano anche quattro musulmani sinceramente credenti: Ka‘ b ibn Mâlik, Abû Khaythamah, Hilâl ibn Umayya e Muràra ibn Rabì ‘a. In realtà non avevano cercato scuse o pretesti come gli ipocriti di cui è questione nei versetti precedenti, ma erano talmente maldisposti all’idea di partire che lasciarono che il tempo passasse senza predisporsi alla missione così da giungere del tutto impreparati al giorno in cui l’armata partì da Medina. Abû Khaythamah si rese conto del suo errore e raggiunse il Profeta a Tabùk, gli altri tre furono condannati all’ostracismo della comunità. Per cinquanta giorni nessuno rivolse loro la parola ed essi, per dimostrare il loro pentimento, si legarono ai pilastri della moschea e giurarono che solo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) li avrebbe liberati. Con questo versetto Allah (gloria a Lui l’Altissimo) diede segno di averli perdonati. 51 «Allah accolse il loro pentimento, perché tornassero a Lui»: il perdono appartiene ad Allah e anche l’attitudine penitente è da Lui ispirata. Se non c’è la volontà divina ad ispirarlo, non esiste pentimento nell’uomo. Fu chiesto a Râbi‘a al-‘Adawiyya (una famosa mistica musulmana): «Se uno dei servi di Allah si pente, è accetto il suo pentimento?». Rispose: «Se Allah non gli concede il pentimento, come potrebbe pentirsi? Il Suo pentimento è accetto se Egli lo perdona» (Idetti diRàbi’a, Milano, Adelphi, 1979). 52 «Non proveranno né sete, né fatica, né fame per la causa di Allah»: la sofferenza per la causa di Allah ha il profumo del Paradiso, disgraziati coloro che non potranno riempirsene le narici. 53 «Forse che qualcuno vi vede?»: i miscredenti negano la presenza di Allah e quindi il fatto che una sura possa riguardarli e stigmatizzare il loro comportamento.

— Hamza Roberto Piccardo

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